6 dicembre

Armonie nella nebbia

Ascolta. Lo senti che si sta allontanando? La senti la nebbia? Le senti le onde? E le gocce di pioggia piccola piccola? Io sedevo accanto a lei e lei suonava per me. La Barcarola di Offenbach, il pezzo preferito dei miei tre anni di età. Le mani della mamma si muovevano sulla tastiera leggere, come bruma. Ed io viaggiavo lontana, insieme alla barcarola, fra le nuvole basse che sovrastavano dense l’acqua fredda, inspirando quell’odore di bagnato e d’inverno che non saprei dire, espirando un vapore bianco, dolce ed eterno, che si intrecciava al colore di quelle note lievi e solenni. 

Poi venivano Le quattro stagioni di Vivaldi. Una raccolta di dischi in vinile, stavolta, in copertina i volti dei massimi compositori classici. La puntina di diamante sui solchi neri, quel granello di polvere inevitabilmente aggrappato ad un fruscio che sarebbe sempre rimasto per me attesa di un miracolo annunciato e nondimeno sorprendente: l’inanellarsi delle note in una melodia. Ancora la voce della mamma, suono d’amore, di passione, di dono: “Lo senti, Martina, che adesso la musica diventa verde? Lo senti come è chiaro quel verde e come profuma di nuovo? Stanno nascendo i fiori. Lo senti come è vellutato il bocciolo? E in controluce la vedi, nel suono, la lanugine d’argento che lo avvolge e protegge?” Ed io sì, ascoltando le sentivo, le vedevo, tutte queste cose. 

In auto con papà avevo sei anni. “Someone’s knocking at the door, someone’s ringin’ the bell”. Quella voce mi solleticò come una piuma ma mi colpì come un fulmine. “Chi è, papi? Chi è il signore che canta?” “Si chiama Paul McCartney”. Quel giorno iniziava il mio amore imperituro per la musica di McCartney prima e dei Beatles poi—la vita si dispiega per anacronismi. La pulizia della melodia, la sintesi: nulla di più, nulla di meno, come se la semplicità non fosse ardua, come se non appartenesse all’ordine dell’utopia. 

Poi ricordo il giorno in cui il nonno volle far provare a mio padre le nuove casse che aveva costruito lui stesso secondo le istruzioni di un esperto in materia, suo compagno di sventure durante una lunghissima degenza ospedaliera. “Scegli tu un disco”, aveva detto il nonno e il papà ne aveva inserito nel lettore CD uno acquistato quel giorno. Il suono era potente, ricco, fiananco odoroso: scivolava nelle orecchie, negli occhi, nei pori della pelle. La scelta musicale di mio padre era risultata sgradita al nonno, che sperava in un bel coro operistico. Ma io non avrei mai più sentito Heroes di David Bowie con una qualità altrettale di ascolto: bevvi il suono, ed anche di Bowie mi innamorai. Ammaliata, drogata, ebbra, imparavo la forza dell’asimmetria, l’arte del doppio, la fascinazione dell’indefinito che avrei provato anche nelle nebbie sconfinate dalle quali emergono, isolate, le note dei Pink Floyd per poi svilupparsi con la forza cromatica di un’aurora boreale. Avevo dieci anni. 

A quindici ero su un autobus, con le cuffie del mio walkman mangianastri posate sulle orecchie, quando compresi che l’intro di Satisfaction è un’esperienza erotica in piena regola. Il suono della chitarra elettrica, in tutte le sue possibili distorsioni, ha la potenza di un amplesso che scardina le coordinate del corpo. Avvertii l’inopportunità del luogo e del momento. È un pezzo da ascoltare in privato, pensai, o nell’orgiastica allegria di un concerto dal vivo, in un atto d’amore collettivo, totale, di ridente esaltazione. 

Non ho un talento musicale in senso stretto. Amo cantare, questo sì, perché come scrisse una volta García Márquez, “chi non canta non può immaginare cosa sia il piacere di cantare”. Ma sono priva di coordinazione, sicché quando ho tre oggetti nelle due mani il terzo inevitabilmente cade: una cattiva premessa per tentare di suonare uno strumento. Del resto non occorre saper suonare per produrre musica: il miglior concerto jazz della mia vita l’ho ascoltato fra le pagine di Jack Kerouac. Io sono un’artista visiva e una scrittrice e la mia musica, oltre alle parole e al loro suono, sono i temi e le variazioni delle linee, dei colori, del modo in cui un quadro si collega ad un altro scandendo un ritmo, o in cui una scultura sospesa nello spazio sprigiona silenzi umbratili. Ho una voce che si dispiega in molte voci. Nello stile eclettico della mia arte, se parliamo in senso figurato, ma anche, letteralmente, in una certa predisposizione teatrale che non ha mai oltrepassato il confine delle cene in famiglia o fra amici. Fin da bambina amo imitare i personaggi notevoli che mi capita di incontrare. Dicono che sono brava e spesso sono l’anima delle serate, perché posso contare anche su una discreta dimestichezza narrativa. Ogni tanto le voci dei miei personaggi mi abitano, se ne escono per conto loro, mi eccedono. E allora io mi metto ad ascoltare quegli altri che io sono con lo stesso orecchio attento di quando ero bambina e la mamma guidava il mio senso per la musica come sinestesia: esercitando, nella finezza di un ascolto che è vedere, sentire, toccare, un’apertura empatica verso l’altro, una compenetrazione, un essere al mondo che è essere per il mondo, nel quale vivere, io e l’altro, io con l’altro, in pace ed armonia. La musica, dopotutto, è anche questo. 

In chiusura, laddove questa mia piccola riflessione musicale si tace, mi vien fatto di pensare a Bach, Maestro di sublimi silenzi. Perché mentre le mie parole sfumano come una nota suonata a lungo, sola, ed entrano a far parte di un silenzio più grande, più vasto, che si fa di molti silenziosi suoni come il tuo respiro, lettore, fino a far avvertire la densità di un tempo ormai quasi solido, il pensiero mi si fa di nuovo bianco, totale e assoluto come Dio, o come lo schermo desaturato di immagini e saturato di vuoto in un film di Tarkovskij, o ancora, come la nebbia nella quale si inabissava la barcarola di Offenbach e nella quale delicatamente principiava il mio amore per la musica. 

Marta Nijhuis, 2024

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Marta Nijhuis

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