La musica nel gioco: perché il suono trasforma tutto ciò che facciamo
La musica nel gioco
dal ciclo di conferenze “Frammenti d’Arte” 2025-26

locandina Frammenti d’Arte 2025-26 
programma Frammenti d’Arte 2025-26
Dai canti di lavoro alle filastrocche dell’infanzia, fino ai giochi che tutti conosciamo: la musica nel gioco non è mai semplice sottofondo. È una tecnologia cognitiva e corporea che il sistema nervoso conosce da sempre.
C’è una scena che porto spesso con me quando parlo di musica nel gioco. Gli operai veneziani che palificavano la laguna cantavano mentre lavoravano. Non per abbellire la fatica, non per tradizione romantica. Cantavano perché senza un ritmo condiviso il maglio non cadeva nel momento giusto. Il canto non accompagnava il lavoro: lo rendeva possibile.
Questa immagine contiene già tutto ciò che voglio dire.

Riflessioni sulla musica nel gioco
✅ La musica nel gioco non è sottofondo è struttura.
In molti giochi (sedie, statua, girotondo) la musica non è di contorno: è il sistema di regole che governa l’esperienza. Senza il segnale sonoro, il gioco non esiste. Vale la pena chiedersi quanti altri contesti della nostra vita funzionano allo stesso modo, senza che lo riconosciamo.
✅ Il ritmo e il sistema nervoso si parlano da sempre.
Il cervello è già un organo ritmico oltre al cuore, al respiro e al ciclo sonno-veglia. La musica nel gioco non crea ritmo nel corpo: risuona con strutture biologiche già presenti. Per questo l’aggancio ritmico avviene automaticamente, in tutte le culture, a tutte le età, senza bisogno di istruzione.
✅ Le filastrocche sono il primo apprendimento neurologico attraverso il gioco.
Ripetizione, schema ritmico fisso, fonemi inventati: non sono caratteristiche naïf. Sono meccanismi precisi di memorizzazione e regolazione del sistema nervoso. Ogni volta che un bambino canta una conta, sta usando la musica nel gioco per costruire tracce neurali durature.
✅ Il confine tra gioco musicale e “cosa seria” è culturale, non biologico.
Nessun bambino distingue tra suonare per giocare e suonare sul serio. Quella distinzione viene insegnata e spesso coincide con il momento in cui l’apprendimento musicale diventa meno efficace. La musica nel gioco funziona proprio perché abbassa le difese neurologiche e apre all’esperienza.
✅ La musica nel gioco non finisce con l’infanzia, smette solo di essere riconosciuta.
Playlist che regolano il passo, ritmi che sincronizzano i movimenti, canzoni che rendono memorabili i messaggi: la musica è ancora al lavoro nel gioco degli adulti. Aggiungere consapevolezza a questi momenti, senza togliere loro la dimensione ludica, è forse il modo più diretto per riscoprire un rapporto vitale con il suono.
La domanda da capovolgere
Quando si parla di musica e gioco, la domanda più comune è: come possiamo usare il gioco per insegnare la musica? È una domanda utile ma limitante. Presuppone che la musica stia da una parte e il gioco dall’altra, e che si tratti di trovare un ponte tra i due.
La domanda più interessante è l’opposta: cosa fa la musica quando entra nel gioco? Cosa trasforma?
Il gioco delle sedie senza musica è un esercizio di riflessi. Con la musica diventa tensione crescente, anticipazione, liberazione emotiva. Il silenzio improvviso è il colpo di scena. La struttura musicale di suono e poi silenzio genera la struttura emotiva dell’esperienza. Non sono due cose separate: sono la stessa cosa.
Lo stesso vale per il girotondo, dove la melodia circolare è la forza centripeta che tiene insieme il cerchio fisico. Per la mosca cieca, dove l’ascolto diventa strumento di orientamento e sopravvivenza. Per la marcia dei bersaglieri, dove il passo di corsa è letteralmente inseparabile dal ritmo senza musica, il passo non regge fisicamente.
Giochi musicali e neurologia: il meccanismo
I canti di lavoro dalle mondine della pianura padana ai marinai atlantici ci mostrano che l’umanità ha sempre usato inconsapevolmente qualcosa che la neurologia ha poi formalizzato: il ritmo organizza il corpo.
Non in modo vago. Il cervello sincronizza le proprie oscillazioni al ritmo esterno percepito — quello che i neuroscienziati chiamano entrainment automaticamente, senza sforzo cosciente. Il ritmo agisce direttamente sul sistema nervoso: cambiare il tempo di una filastrocca cambia lo stato fisiologico di chi la canta. Cantare insieme attiva il nervo vago in tutti i partecipanti simultaneamente, producendo una co-regolazione autonoma collettiva.
I battipali, le mondine, le marce militari non erano artisti. Erano persone che usavano una tecnologia neurologica sofisticatissima. La stessa che usiamo noi quando corriamo con la musica in cuffia e sentiamo il passo adattarsi al ritmo. O quando una melodia rende memorabile un messaggio che altrimenti dimenticheremmo.
Filastrocche e apprendimento: non è poesia, è neurologia
Le filastrocche non sono testi poetici con un ritmo aggiunto. Sono strutture sonore dove il significato delle parole è secondario al pattern ritmico e melodico e questa non è una limitazione, è la loro forza.
La parola inventata ambarabà dimostra che il cervello accetta fonemi privi di senso purché rispettino lo schema ritmico. L’area di Broca e il cervelletto lavorano in sincronia. La ripetizione crea un sistema di aspettativa neurale: il cervello anticipa il suono successivo, si prepara, e quando l’aspettativa è soddisfatta si libera dopamina. Piacere. Rinforzo. Memoria.
Per questo le filastrocche dell’infanzia sono tra le ultime memorie a scomparire nell’Alzheimer. La memoria musicale è distribuita su reti neurali multiple, con una codifica emotiva e corporea che la rende più resiliente del linguaggio verbale. Le filastrocche che portiamo con noi sono parte di chi siamo, non solo di cosa ricordiamo.
Quello che Orff e altri prima di lui aveva capito e Panksepp ha dimostrato
Carl Orff scriveva nel 1976 che la musica elementare è pre-intellettuale, terrestre, innata, corporea. Non è una definizione poetica: è una descrizione neurologica ante litteram.
Qualche decennio dopo, il neuroscienziato Jaak Panksepp avrebbe identificato il PLAY come uno dei sette sistemi emotivi primari del cervello dei mammiferi con substrati neurologici propri. Quando questo sistema è attivo, si abbassa la soglia di apprendimento, si riduce la risposta di difesa, si attivano le aree di ricompensa. Il cervello in stato di gioco è letteralmente più permeabile.
Orff, Kodály e Dalcroze avevano visto tutto questo osservando i bambini. Avevano costruito metodologie pedagogiche che partivano dal corpo, dalla voce, dal movimento non dalla notazione. Avevano capito che la musica è già dentro, e che il compito dell’educatore è tirarla fuori, non metterla dentro.
Dalcroze in particolare muove da un’intuizione profonda: il linguaggio motorio e il linguaggio musicale sono strutturalmente paralleli. I ritmi fondamentali della musica binario, ternario, sincope, contrattempo non sono astrazioni teoriche. Sono già presenti nello sviluppo motorio di ogni essere umano. Strisciare, gattonare, avanzare in modo omologo o controlaterale: ogni schema motorio che il neonato attraversa porta in sé una struttura ritmica precisa. Prima si cammina in tempo, poi si capisce il tempo. Non è una metafora pedagogica è una sequenza neurologica.
Ho approfondito questo tema nel mio articolo, dove racconto come il ripercorrere con il corpo le fasi evolutive del movimento rotolamento, spinale, omologo, omolaterale, controlaterale possa avere un impatto diretto sulla liberazione della voce. Il gioco motorio dell’infanzia non è solo un ricordo: è un archivio neurologico ancora accessibile.
Il problema è che queste metodologie vengono quasi sempre abbandonate quando il bambino entra nel sistema musicale formale. Lì il gioco sparisce, rimane la tecnica. La consapevolezza si aggiunge ma il gioco scompare, come se i due fossero incompatibili.
Non lo sono.
Musica nel gioco: e la vocalità? Potrebbe essere la riscoperta dell’adulto
Nel mio lavoro di vocalità con approccio neurologico applicato, la riflessione che trovo più fertile è questa: il problema degli adulti non è che hanno perso la musica. È che hanno smesso di riconoscerla.
La riconoscono ancora quando la playlist in palestra li spinge oltre quello che credevano possibile. Quando una vecchia filastrocca riemerge da un angolo della memoria e porta con sé un’intera stagione della vita. Quando cantare insieme anche in modo impreciso crea qualcosa che nessuno avrebbe fatto da solo.
Quello che manca non è la musica. Manca la consapevolezza di quello che sta succedendo. E la consapevolezza, questa è la tesi che mi sta più a cuore non dovrebbe mai sostituire il gioco. Dovrebbe stratificarsi sopra di esso.
Come scriveva Nietzsche: “Dovremmo considerare persi i giorni in cui non abbiamo ballato almeno una volta.” Non è un invito romantico. È una nota neurologica.
Questi temi sono al centro del mio lavoro di insegnante di vocalità con specializzazione in neurologia applicata. Se vuoi approfondire, scrivimi.

Monica Kircheis
Sono flautista, cantante e mentore vocale con un approccio che integra fisiologia e neurologia applicata.
Lavoro con coristi, cantanti e strumentisti che vogliono usare la voce con più facilità e naturalezza partendo da corpo, sistema nervoso e percezione.
Questo blog raccoglie riflessioni ed esperienze che spero possano ispirarti.
Interessante vero? Allora leggi QUI:

